Depressione e farmaci serotoninergici. Quali gli effetti a lungo raggio?

Depressione e farmaci serotoninergici. Quali gli effetti a lungo raggio?

Di Jessica Zanza

A partire dalla loro introduzione negli anni Ottanta, i farmaci serotoninergici -o, come si suole chiamarli in gergo tecnico, Inibitori Selettivi del Reuptake della Serotonina (SSRI)– hanno soppiantato gli antidepressivi di vecchia generazione, perché più sicuri e ben tollerati nelle fasi acute (episodi) della depressione.

 

Gli episodi depressivi, tuttavia, possono ripresentarsi dopo la guarigione ed è per questo che le linee guida raccomandano la fase di mantenimento a lungo termine con gli SSRI -che, talvolta, può durare per tutta la vita del paziente- per prevenire le recidive.

 

Ma la terapia a lungo termine della depressione, con i farmaci serotoninergici, è sicura? E, in caso contrario, quali effetti potrebbe causare? Approfondiamo la questione!

Farmaci serotoninergici: gli effetti a lungo termine

Nonostante siano più sicuri degli antidepressivi di vecchia generazione, purtroppo, i farmaci serotoninergici non sono privi di reazioni avverse, la cui entità progredisce all’aumentare della durata del trattamento. Alcune di queste reazioni, inoltre, sono così insidiose da essere scambiate per sintomi depressivi, dunque -oltre a minare la qualità della vita dei pazienti- li portano ad abbandonare la terapia, aumentando così il rischio di recidive.

Ma di quali effetti si tratta?

Da una revisione (cioè una ricerca che riassume i dati provenienti da altri studi, per trovare le prove pertinenti al caso) pubblicata sul Journal of Psychopharmacology, è emerso che, il trattamento a lungo termine con gli SSRI, può causare lo sviluppo degli effetti a seguire.

Iponatriemia

L’iponatriemia è uno squilibrio elettrolitico -caratterizzato da concentrazioni ematiche di sodio inferiori a 136 mEq/L- che si manifesta in 5/1000 pazienti all’anno, con sintomi che variano da fatica e crampi muscolari (in caso di lieve iponatriemia) fino alla morte nei casi più gravi.

 

I pazienti più a rischio sono gli ottuagenari, soprattutto donne, e quelli che assumono farmaci diuretici in associazione agli SSRI. In tutti questi casi è necessario un attento monitoraggio e sospendere la terapia quando compaiono i sintomi.

Disturbi del sonno

Gli SSRI (soprattutto fluoxetina e paroxetina) possono alterare sia la durata, sia la qualità del sonno, nel 17% dei pazienti trattati.

Disfunzioni sessuali

Il calo del desiderio, la disfunzione erettile e la difficoltà a raggiungere l’orgasmo, sono tra gli effetti avversi più comuni dei farmaci serotoninergici e possono manifestarsi nel 4%-80% dei pazienti dopo 12 settimane di terapia. I tassi d’incidenza più alti sono stati riscontrati con il citalopram (73%) e la paroxetina (71%).

Effetti da interruzione

Nei pazienti trattati a lungo termine con gli SSRI -in particolar modo la paroxetina- la brusca sospensione del farmaco può provocare la comparsa di sintomi, che possono essere confusi con quelli della depressione (ansia, irritabilità, insonnia) o malattie fisiche (nausea, vertigini e mal di testa). Scalare le dosi nell’arco di un mese, tuttavia, può aiutare a prevenirli.

Altri effetti

Oltre agli effetti succitati -che sono frequenti e supportati da forti evidenze- l’uso degli SSRI a lungo termine è stato associato anche a osteoporosi e, seppur raramente, a sanguinamento, aumento di peso e problemi cardiovascolari.

 

Arrivati a questo punto, tuttavia, una domanda sorge spontanea: è conveniente assumere gli SSRI a lungo termine, nonostante i rischi di cui sopra? Scopriamone di più!

Gli SSRI sono efficaci a lungo termine?

Secondo una revisione pubblicata sul British Medical Journal -che ha raccolto e analizzato i dati provenienti da tre precedenti revisioni- pare proprio di sì. L’estensione del trattamento a 1-3 anni, infatti, potrebbe ridurre il rischio di recidive fino al 50% e i tentativi di suicidio nei pazienti al di sopra dei 25 anni. Sono necessarie ulteriori indagini, tuttavia, per chiarire l’efficacia dei trattamenti di durata superiore ai tre anni.

 

Fonti:

 

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