CORONAVIRUS, NOI ADULTI E LA GRANDE SFIDA DEI BAMBINI FRAGILI Intervista allo psicologo e psicoterapeuta Luca Vallario

CORONAVIRUS, NOI ADULTI E LA GRANDE SFIDA DEI BAMBINI FRAGILI Intervista allo psicologo e psicoterapeuta Luca Vallario

Luca Vallario, psicologo e psicoterapeuta, ci spiega gli effetti del restringimento a casa per l'emergenza del covid-19. Cosa fare per allentare l'isolamento a casa, e cosa bisognerà fare per riadattarsi alla normalità

Covid19 è una malattia del corpo, che sta lasciando una tragica scia di vittime dietro di sé. Ma questo non deve farci dimenticare che, con il corpo, si ammala anche la psiche, quella individuale e quella collettiva.

Ne abbiamo parlato con Luca Vallario, psicologo, psicoterapeuta, docente della Scuola Romana di Psicoterapia Familiare, membro didatta della Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale e membro del direttivo della Società Italiana di Terapia Familiare.

“Una vera e propria pandemia psichica macrosistemica” la definisce il dottor Luca Vallario, anche di una categoria particolarmente a rischio dal punto di vista della salute mentale: i bambini fragili, che crescono in comunità e case famiglia.

L’impatto dell’emergenza Coronavirus su bambini e adolescenti pone genitori e caregiver dinanzi alla sfida di preservarne la salute, non solo quella fisica ma anche quella mentale, messa alla prova da isolamento forzato, ansia, perdita della routine e del contatto diretto con i pari. La situazione è ancora più delicata quando si parla di bambini e adolescenti che vivono in comunità e case famiglia. Ragazzi che hanno già alle spalle il trauma dell’allontanamento dalle famiglie di origine, che in questa nuova situazione hanno maggiori fragilità con cui confrontarsi. Ma forse anche qualche asso in più nella manica.

Dottor Vallario, Covid-19 è una malattia del corpo. Ma come la mettiamo con la psiche, anche una volta messe via le mascherine?
Partiamo da noi adulti, da quello che stiamo vivendo in questa epidemia da Covid-19 (Coronavirus Disease 2019). È in essere un fenomeno. Il Covid-19, una patologia che si manifesta sotto forma di polmonite sconosciuta dovuta alla mutazione di un virus respiratorio appartenente alla famiglia del Coronavirus, partita dalla Cina e propagatasi anche attraverso il nostro Paese dapprima in Europa poi in tutto il mondo, sta causando la morte di migliaia di persone, assumendo lo status di una vera e propria pandemia.
L’epidemia è stata contrastata, qui in Italia, con misure politico-sanitarie restrittive, rivolte alla popolazione, coraggiose ed efficaci, come certificato dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, riconducibili alla richiesta, dapprima, di mantenere una distanza sociale di almeno un metro nell’incontro tra persone, successivamente, di dare vita a una vero e proprio confinamento sociale, cioè di non uscire di casa.
Al di là del fatto sanitario e delle conseguenti misure governative, siamo in presenza di quella che definirei una vera e propria pandemia psichica macrosistemica.

Sarebbe a dire?
La diffusione di un pericolo, peraltro invisibile, il timore e la concretezza della morte, la costrizione nel quotidiano di misure pur necessarie nella loro terapeuticità hanno amplificato e prodotto una prevalenza di vissuti di sofferenza psichica, come panico, paranoie, fobie, ipocondrie, vissuti di ansia generalizzata e disadattivi, per citarne alcuni, che hanno spinto molti adulti a reazioni spropositate di panico come reazione allo stimolo di quell’inclinazione primaria dell’umano che consiste nella chiusura, nell’autoconservazione. A un allontanamento dalla realtà del quotidiano si è accompagnato, in termini psichici, un allontanamento dal principio della realtà. Non viviamo un clima da caccia alle streghe, ma assistiamo, senz’altro, a una pandemia psichica macrosistemica, un clima di terrore che ha investito il vissuto, il pensiero, di tutti.
Oltre ad avere toccato molti già a livello microsistemico (Bronfenbrenner, 1979), quindi nelle relazioni prossime, fisiche e concrete, il vissuto di terrore generalizzato si è espanso, al pari di un “virus psichico”, nelle relazioni generali macrosistemiche (Bronfenbrenner, 1979), permeando di sè i sistemi di credenze o di ideologie che perimetrano il nostro quotidiano. Al di là di coloro che sono stati toccati dal dramma direttamente o indirettamente con il contagio dei propri familiari o dei propri amici e conoscenti, siamo al cospetto di un vissuto generalizzato di terrore che ha pervaso e intersecato gli aspetti identitari individuali. Questo è evidente dal momento che gli assetti identitari individuali vanno considerati come prodotti dell’interazione tra il singolo e il suo ambiente e non come dimensioni a se stanti: non viviamo nel vuoto, ma in una dimensione nella quale c’è una relazione circolare tra noi e gli altri, a livello sia concreto sia immaginario, nella quale la separazione dell’individuo dall’habitat naturale e culturale costituisce una finzione schematica.
Siamo in un clima di pandemia psichica sistemica che ha colonizzato i vissuti identitari di tutti noi, con un panico che ha invaso la cultura nella quale viviamo, dal particolare al generale, dal singolo io al collettivo noi.

Dunque, date queste premesse, qual è il modo più adatto per informare il bambino o il ragazzo su ciò che sta accadendo: dire la verità o minimizzare?
Credo che la maniera più efficace, cioè utile, di informare i minorenni su quanto sta accadendo sia quella di cogliere questa occasione traumatica, nel senso di potenzialmente soverchiante le loro possibilità di risposta e di difesa, per trasformarla in un’occasione resiliente, nel senso di rafforzante.
Ai minorenni bisogna parlare, innanzitutto, nel rispetto delle loro caratteristiche fase-specifiche evolutive. Con un bambino di 5 anni che vive il periodo della prima fanciullezza (Berti e Bombi, 2005) in cui si sviluppa, tra gli altri, l’emozione autocosciente valutativa del senso di colpa come guida a una condotta socialmente responsabile, utilizzeremo modalità e argomenti diversi da quelli che useremo con un adolescente di 14 anni, nel quale l’affermazione del pensiero ipotetico-deduttivo (Piaget e Inhelder, 1955) permette di combinare pensieri propri a principi generali.
Nel merito, è necessario essere realistici, umanizzare l’emergenza.
Dobbiamo, cioè, fare capire ai minorenni la realtà che sta dietro quello che sta accadendo, facendo attenzione a non essere eccessivamente ottimisti o pessimisti. Se è vero che il percorso di crescita dei minorenni va letto anche come un graduale accompagnamento da un principio del piacere, in virtù del quale il potere del singolo sulla realtà è considerato assoluto, a un principio della realtà, in virtù del quale quello stesso potere va posto in relazione con i limiti posti dalla realtà, abbiamo un’occasione più unica che rara: quella di far capire ai minorenni che il delirio di onnipotenza che troppo spesso sostiene il nostro cammino nel quotidiano è illusorio. È una grande occasione per spiegare ai minorenni il senso del limite: è triste pensare che abbiamo bisogno di questa tragedia per farlo comprendere, ma nell’epoca del mondo liquido (Bauman, 2000), del declino delle grandi teleologie religiose e politiche, bisogna fare di necessità virtù. D’altra parte, l’esperienza del limite è quella che risulta più pedagogica di tante altre.
In buona sostanza, partendo dai genitori e dagli educatori, i minorenni vanno aiutati a inserire il loro attuale panorama quotidiano nella cornice dei fenomeni più allargati che fanno da cornice alla nostra esistenza: un’occasione, in senso lato, di educazione alla cittadinanza, alla responsabilità.

Quali sono le difficoltà emotive o relazionali del bambino a cui fare maggiormente attenzione? E cosa fare per ridurre l’impatto psicologico della quarantena forzata sui più giovani?
Se rovesciamo il discorso, paradossalmente il Covid-19 ci offre un’occasione: quella di fare comprendere ai minorenni il valore della relazionalità, della socialità, dell’appartenenza comunitaria. Rifacendoci al pensiero complesso di Morin, al suo principio di noità, al pensiero di Bateson, che illustra il concetto della mente come non localizzabile in un individuo ma all’interno di un’interazione tra individuo e ambiente che conferisce matrici di significato, questa è l’occasione politica, nel senso più alto ed etimologico del termine, per fare comprendere come siamo tutti parte di un sistema all’interno del quale i comportamenti di ognuno entrano in relazione, si fanno sentire sull’altro.
Per un minore sarà importante vedere un genitore che rinuncia ad uscire, magari per lavorare e quindi guadagnare, per salvaguardare la salute di tutti: è la microresponsabilità che si incontra, e diventa, macroresponsabilità.
In questa cornice, il peso della lontananza da scuola, amici, attività acquista un senso: non è la fatica di Sisifo e, di conseguenza, ha una ragione che il minore comprende, del cui rispetto finirà per andare fiero.
Nel ragionamento sulla lontananza bisogna essere meno adultocentrici.
Per i nostri minorenni, che soni i veri nativi digitali, la linea di demarcazione tra mondo off-line e mondo on-line è sottile, quasi inesistente: se è vero che questo aspetto produce pericolosi fenomeni di sofferenza e addirittura psicopatologici, è vero, altresì, che fornisce loro una capacità di gestire e vivere i rapporti on-line, quindi a distanza, di molto superiore alla nostra. Intendo dire, che il loro cut off per la sofferenza per la deprivazione del reale è più alto del nostro: hanno, in definitiva, maggiori capacità adattative in questo scenario dove la realtà dei social sta sostituendo, in molti casi egregiamente, il reale.
È ovvio, ciò detto, che esistono delle difficoltà reali.
Penso ai minorenni figli di genitori separati o lontani per motivi di lavoro: l’unicità del calore delle carezze, dei momenti di condivisione intima mancano. Indubbiamente.
Penso agli adolescenti alle prese con i processi di mentalizzazione dell’identità fisica, cioè di elaborazione di vissuti fisici in un momento di cambiamenti scomposti che li pongono di fronte a paure dismorfofobiche, e alla privazione forzata dell’esercizio fisico.
Penso al pericolo dell’esposizione incontrollata ai social, già tanto imperversante in periodi di normalità sociale.
Nel concreto del quotidiano è importante che i minorenni, dopo un primo momento di riassestamento che ha evidentemente coinvolto tutti noi, recuperino i riti del quotidiano, nei limiti del possibile.
Molte scuole stanno mantenendo il filo della didattica, addirittura proponendo lo stesso orario scolastico ante Coronavirus via social. È utile che i genitori, coloro che condividono il quotidiano di questi tempi con i minorenni, cadenzino le loro giornate mantenendo un filo logico, diano al quotidiano un assetto in linea con i precedenti impegni che, nelle condizioni date, non sarà adesivo completamente a quello pre-esistente, ma, comunque, simile.
Ma guardiamo anche avanti.
Questa situazione sta proponendo a tutti noi il recupero, se non la scoperta, di luoghi fisici che ci appartengono ma che nella frenesia del quotidiano, spesso, non utilizziamo: penso agli spazi della casa, alla cucina, dove in questi giorni molti si scoprono pizzaioli e panettieri, più in generale cuochi. Questa è l’occasione per le famiglie per recuperare quegli spazi mentali, emotivi ed affettivi, che solitamente non frequentano con i loro figli: in quelle cucine si presenta l’occasione per coinvolgere i figli in attività su cui non esiste, solitamente, complicità o che non si condividono proprio. Si presenta l’occasione per raccontare storie familiari, trigenerazionali, quelle che un tempo si affidavano, nel silenzio di serate non televisive, ai capannelli in prossimità dei camini.
Bambini e ragazzi accolti nei Villaggi SOS e in case famiglia, vivono il disagio di essere lontani dai genitori e di non poterli vedere e frequentare se non, a volte, via web. Per contro però si trovano inseriti in un contesto che permette loro una certa socialità tra pari. Intravede, in questa sia pur difficile situazione, dei vantaggi per la loro socialità?
È evidente che i minorenni ospiti dei Villaggi SOS portano dentro di sé già ferite consistenti su quel bisogno primario dell’umano, il legame di attaccamento (Bowlby, 1969), che costituisce quella struttura affettiva da cui prende forma uno sviluppo improntato alla sicurezza e alla fiducia. Sono minorenni, cioè, che hanno visto minato, per diverse vie, questo diritto.
Ma sono minorenni che, allo stesso tempo, hanno in dote una serie di “anticorpi psichici”, riconducibili a due vie.
La prima è la stessa sofferenza: avere vissuto drammatiche esperienze di separazione permette loro di avere capacità resilienti maggiori in situazioni, tutto sommato limitate nel tempo, come l’attuale.
La seconda è la disponibilità di caregiver sostitutivi all’interno dei quali vivono e hanno imparato a fare esperienza a distanza del loro legame di attaccamento: tra questi, non sono da sottovalutare i legami tra pari, che, nella loro orizzontalità, riescono, a volte, a posizionarsi, in situazioni estreme come l’attuale, con più efficacia nel vissuto dei minorenni rispetto alle relazioni verticali.
Mi permetta anche una digressione: parlare del vostro operato mi permette un doveroso riferimento contro un’operazione, meschina, che parte dell’informazione e della politica ha avviato da tempo contro le Organizzazioni Non Governative e che sta rilanciando sottotraccia in questi giorni, per mettere in un unico calderone questioni migratorie e questioni di emergenza sanitaria. Questi “amplificatori dell’odio e della disinformazione” hanno parlato di ONG latitanti dalla scena dell’epidemia. Fortunatamente i fatti non stanno così: cito, tra i tanti esempi a disposizione, la presenza di 25 operatori di Medici senza Frontiere all’Ospedale di Codogno, la prima zona rossa d’Italia: anche tutelare queste verità dei fatti costituisce un imperativo che abbiamo verso le nuove generazioni.

Si dice che i bambini di solito siano più resilienti degli adulti e che si adattino prima e più facilmente degli adulti a situazioni nuove; è così anche in un caso così estremo, come il non poter andare a scuola, fare sport il pomeriggio, etc?
È vero. Lo dicevo prima in riferimento all’uso dei social, ma è una regola che vale in assoluto: c’è una capacità di accomodamento alla realtà, di assimilazione del nuovo, che nei minorenni è certamente più plastica, oserei dire elastica, che in noi adulti.
In questo scenario la paura di molti adulti è proiettata sui minorenni: questi ultimi hanno un’incosciente serenità che stride con le reazioni del mondo adulto.
Ho letto da più parti, anche da parte di psicologi, di non preoccuparsi di null’altro che di dare carezze e calore ai figli, con atteggiamenti anche critici verso coloro che richiamano al senso del dovere. Al di là dell’evidente necessità di garantire una vicinanza maggiore e qualitativamente diversa in questo momento, trovo questi appelli fuori luogo, specchio di un’apocalittica incarnazione della nostra inclinazione paranoidea che conduce, pericolosamente, alla chiusura dal mondo e, per altri versi, alla mobilitazione di quelle angosce profonde che ci fanno allontanare dall’altro. Come dicevo in precedenza, dobbiamo portare la normalità nell’eccezionalità di questo momento.
I nostri minorenni devono essere aiutati a comprendere che quello che viviamo, pur nella sua dimensione eccezionale, propone aspetti logici, è la risultante di processi causali, non casuali.
I nostri minorenni devono essere aiutati a comprendere che in questo momento il piano dei doveri non va messo da parte. Il grande insegnamento da impartire è quello che le difficoltà non devono disimpegnarci dai doveri, personali e sociali.
Ho sentito madri preoccupate per i figli vessati dai loro professori, via social, con lezioni e compiti in questo periodo. Trovo in questo atteggiamento quello tipico che ho descritto qualche anno fa con il termine di Famiglie Centauro (Vallario, 2016), caratterizzate da una doppia natura: eccessivamente protettive sul piano dei rapporti interfamiliari, cioè con l’esterno, eccessivamente inidonee sul piano dei rapporti intrafamiliari, cioè nell’accompagnare e sostenere i processi di evoluzione fase-specifici, primi fra tutti i legami emotivi.
Queste famiglie rischiano di proporre una cultura del clan, della chiusura, dell’aridità affettiva all’interno del proprio perimetro di pertinenza.
Queste famiglie rischiano, per esempio nel rapporto con la Scuola, di non sentirsi complici dei docenti ma dei loro figli, contro i docenti. Questo atteggiamento non è produttivo, non sostiene l’istituzione scolastica nelle sue funzioni istruttive, formative ed educative, come scritto nella nostra Costituzione, oltre che nel buon senso. Ribadendo con Freud (1910) che “non deve essere più che un gioco di vita”, in questo momento la Scuola non deve venire meno alle proprie funzioni.
D’altra parte, abbiamo assistito a un lodevole sforzo di diversi corpi docenti in questo senso, attraverso le lezioni a distanza.
Lo stesso è accaduto da parte di alcune società sportive, che hanno continuato a garantire momenti di aggregazione via social ai loro atleti.
Questa Scuola, queste Società sportive ci insegnano che cosa deve significare normalizzare l’eccezionalità.
Bisogna fare sentire ai minorenni, nei limiti del possibile, che la vita va avanti.
Un arguto articolo di Roberto Saviano (La Repubblica del 23.3.20) ha parlato della mafia del virus, cioè della capacità delle organizzazioni criminali di trarre vantaggio da questa crisi con una ricetta semplice: la capacità di guardare avanti, anticipando quello che verrà. Questo pensare al dopo, una provocazione che può apparire criminale, deve rappresentare la cifra comune del pensare adulto verso i minorenni: non bisogna perdere la visione complessa di una realtà che è stata, è e sarà, soprattutto per i minorenni.

L’emergenza Covid-19 e la quarantena hanno fatto emergere un tema di disuguaglianze di tipo socio-economico. Ci riferiamo all’impossibilità di poter accedere, per molti bambini e ragazzi, ai dispositivi digitali o a una connessione sufficiente a garantire il mantenimento delle interazioni con i coetanei e la continuazione degli apprendimenti, e anche all’impossibilità per alcune famiglie di offrire supporto didattico. In questi casi, quale suggerimento si sente di dare a un genitore? E cosa potrebbe fare l’istituzione educativa per mitigare o azzerare queste diseguaglianze?
Il tema della diseguaglianza è esterno e interno al capitolo minorenni.
Quando dico che è esterno, mi riferisco al fatto che l’Italia, primo paese europeo per abitanti ultrasessantacinquenni, vive un processo di invecchiamento della popolazione incontrovertibile: se nel 1959 la popolazione degli under35 anni era pari al 56,3% della popolazione, nel 2019 questa quota è scesa al 33,8% (Censis, 2019). Il tasso di fecondità totale, cioè il numero medio di figli per donna, che nel 1914 era pari a 4,35 nel 2012 è sceso a 1,4 (Censis, 2014).
Quando dico che è interno, mi riferisco al fatto che emergono delle condizioni di deprivazione violenta all’interno del gruppo minorenni. Secondo l’Istat (dati 2018) la povertà assoluta in Italia colpisce 1.260.000 minorenni (12,6% rispetto all’8,4% degli individui a livello nazionale). L’incidenza dei minori in povertà va dal 10,1% nel Centro fino al 15,7% nel Mezzogiorno dove risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2017. Disaggregando per età, l’incidenza presenta i valori più elevati nelle classi 7-13 anni (13,4%) e 14-17 anni (12,9%) rispetto alle classi 0-3 anni e 4-6 anni (11,5% circa).
C’è un quadro generale di perifericizzazione culturale dell’infanzia cui non manca di dare il suo utile apporto la nostra classe dirigente. La spesa sociale pro-capite annua dei Comuni per l’area famiglia e minorenni è molto più alta nelle città del Nord che al Sud. È di tutta evidenza che le realtà meno sostenute saranno le più penalizzate e che gli unici interventi a sostegno di questi minorenni sono quelli macropolitici di sostegno alle politiche della famiglia.

Molti dei bambini e dei ragazzi ospitati all’interno dei Villaggi SOS sono stati testimoni e/o vittime di violenza domestica. Molti sono i bambini che continuano a vivere in realtà familiari teatro di violenze domestiche. I danni emotivi e psicologici legati a queste situazioni possono incidere più pesantemente, rispetto agli altri bambini, in questa situazione di restrizione e di forzata e prolungata condivisione degli spazi? Se lei potesse ispirare le scelte dei decisori politici, quali misure consiglierebbe a tutela di queste giovani vittime e delle loro madri?
Il restringimento degli spazi e la condivisione forzata degli stessi aumentano il rischio di fenomeni di aggressività e di violenza, eliminando l’esistenza di valvole di sfogo esterne agli stessi. I figli finiscono per essere triangolati in conflitti che non si arrestano neanche di fronte alle situazioni di emergenza, che non riescono ad essere dei deterrenti, anzi, fungono da detonatori. Purtroppo una dote che spicca tra i minorenni, la loro sensibilità, in queste situazioni attiva dei sistemi di allarme, di sorveglianza, che inducono in uno stato di stress continuo, che non può che essere interrotto da quegli stessi adulti, però, che lo alimentano. Insomma, il vicolo è cieco.
Quello che può funzionare in queste situazioni è l’alleanza tra i sottosistemi filiali, cioè i fratelli, che possono farsi forza a vicenda: ma, molto spesso, il loro si rivela come un andare allo scontro con i carrarmati muniti di poderose baionette. In queste situazioni spetta allo Stato, attraverso la rete di tutela sociale che in Italia conosce punte di eccellenza, intervenire, con il sostegno degli operatori del settore privato che funzionano da presidio sociale. Le leggi, quindi gli spazi di intervento, ci sono. Quello che manca, in alcune circostanze, è un’adeguata professionalità degli operatori, sia pubblici sia privati. Credo che, da un lato, lo Stato debba investire nel settore sociale di più e meglio, dall’altro, che le organizzazioni del settore no profit, 343.432 secondo i recenti rilevamenti del Censis (2019), debbano investire di più e meglio sui loro addetti, 812.706, sempre secondo il Censis (2019).
Se non si parte da qui, dalla sorgente, l’acqua che arriva alla foce sarà sempre meno sufficiente a dissetare i bisogni.

Quando questo lungo periodo di isolamento sarà terminato, potrebbero manifestarsi nei più piccoli particolari disturbi (ex. post traumatici)? Come deve comportarsi l’adulto di riferimento?
Il ritorno alla normalità potrebbe comportare dei problemi di riacclimatamento.
Quello che sarà importante è rimettere in moto una serie di meccanismi con gradualità: ad un atleta reduce da una frattura alla gamba, dopo il periodo di ingessatura dell’arto, non potremo chiedere subito di ricominciare a correre. La capacità di tornare a regime sarà direttamente proporzionale, ovviamente, alla capacità di mantenere anche nel quotidiano dell’emergenza quel filo con la realtà che l’emergenza ha rischiato di spezzare.
Ma questo ritorno alla quotidianità potrebbe riservare buone sorprese.
Intendo dire che, dal momento che le esperienze, soprattutto quelle negative, hanno in sé un portato educativo, ci potrà essere un ritorno alla quotidianità più critico. Tutto questo periodo, per il discorso fatto, potrebbe aiutare a introdurre dei correttivi sul versante della relazione educativa genitori – figli di cui tutti, grandi e piccoli, potranno beneficiare. La scoperta o riscoperta di piccoli riti familiari, ad esempio, potrà essere mantenuta anche dopo.

Potrebbe stilare un decalogo con consigli pratici per riorganizzare la quotidianità dei bambini e dei ragazzi?
Una delle tante difficoltà di chi lavora con la mente umana, quella di camminare su un crinale sospeso tra il nomotetico e l’idiografico, impone di rifuggire dall’idea dei decaloghi, almeno da decaloghi intesi come “protocolli da monte Sinai”.
I decaloghi mi fanno paura, soprattutto il senso che molti potrebbero attribuirgli.
Ciò premesso, è importante proteggere i minorenni dagli eccessi, che spesso sono di noi adulti, non negandogli la dura realtà che questa emergenza sta proponendo, ma spiegandogliela, accompagnandoli a costruire un senso che contenga il fenomeno.
Le generazioni a noi precedenti hanno vissuto circostanze più drammatiche, penso alle guerre, come occasioni, oltre che di immani sofferenze, di riflessione.
Quella di questa epidemia deve essere vissuta come un’occasione.
Può essere l’occasione giusta per aiutare i minorenni a porsi e porre domande.
Può essere l’occasione giusta per far loro comprendere che, anche e soprattutto in momenti difficili, non bisogna derogare dai doveri, che la vita deve andare avanti.
Può essere l’occasione per aiutarli a sentirsi protagonisti non in un villaggio, ma in una comunità globale.
Può essere l’occasione per aiutarli a recuperare il senso del limite, quel Super-Io, freudianamente inteso, che aiuti a percorrere la strada tortuosa, spesso popolata da gatti e volpi di pinocchiesca memoria, che dal principio del piacere porta al principio della realtà.
Può essere l’occasione per far loro comprendere come il dolore sia una parte non solo inevitabile ma necessaria alla condizione umana.
Può essere l’occasione per far loro comprendere che la libertà è un concetto che si fonda su aspetti ideali ma che si coltiva con aspetti reali.
Tutto questo sarà possibile a patto che innanzitutto noi adulti recuperiamo l’orizzonte etico, ridiamo una linea alla nostra società disorientata (De Masi, 2013), aggiustiamo il tiro a quella dimensione granulare della nostra società, testimoniata dalla frammentazione di soggetti e comportamenti e dalla liquidità delle relazioni (Censis, 2019).
Nello specifico di situazioni di emergenza sanitaria e di questa pandemia psichica macrosistemica, non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la difesa della scienza è la difesa della nostra civiltà, per non abdicare a pericolosi allarmismi, al pari di quello messo in moto dalla “donnicciola” manzoniana, Caterina Rosa, ai tempi della Colonna Infame.

Categorie
TAGS
Condividi

Commenti

WordPress (0)
Disqus (0 )